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05-06-2009
Maso: Tre buoni motivi (non ideologici) per votare la lista comunista
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Paolo Naso*

Perché alle prossime europee voterò per la lista comunista? Sostanzialmente per tre ragioni e nessuna ha un valore ideologico, perché a tutti sono dolorosamente evidenti le eccezionali difficoltà in cui si dibatte l’intero arco di centrosinistra e da tempo ho smesso le certezze metafisiche sulle formule e le strategie politiche. Se è vero che la maggioranza degli italiani segue festosa e spensierata un pifferaio magico che ignora la crisi economica, fa scempio degli equilibri costituzionali e coltiva il mito della sua persona, vuol dire che il centrosinistra ha compiuto giganteschi errori di valutazione, di strategia e di comunicazione. E quindi non è questo il momento della prosopopea e della retorica identitaria; semmai della riflessione umile e rigorosa. Il mio è un voto “laico”, forse persino contingente; tuttavia è un voto convinto e motivato da considerazioni che voglio provare a condividere.

La prima ragione sta nel fatto che, di fronte allo scempio dei diritti umani e dell’etica della solidarietà che si sta compiendo in materia di immigrazione, occorre rafforzare chi denuncia con chiarezza che l’Italia sta violando norme fondamentali del proprio ordinamento e trattati e convenzioni internazionali. Tutto questo le forze che corrono sotto il simbolo della lista lo hanno detto con chiarezza: non altrettanto il Pd di Piero Fassino che ha giustificato i “respingimenti” o quello di Livia Turco che ha magnificato la “via italiana all’integrazione” o quello di Sergio Cofferati che vuole un referendum per decidere la costruzione di una moschea a Bologna.

Nella più perdente delle rincorse al “partito della sicurezza”, il Pd ha smarrito il senso della sua storia e delle culture politiche che lo hanno generato - il solidarismo cattolico e il riformismo comunista prime tra tutte - ed ha finito per fare propri alcuni mantra della destra.
In questi mesi le istituzioni europee ed il parlamento di Strasburgo hanno avuto un ruolo importante nel mantenere fermi alcuni principi, e questo è avvenuto anche grazie al gruppo del Gue nel quale confluiranno i candidati della lista comunista. Non sarà così, pare, per quelli di Sinistra e libertà e questa incertezza sul futuro della loro collocazione esprime la debolezza della loro proposta: in tempi così difficili ed in cui occorre il massimo di chiarezza e di rigore, il “poi vedremo che fare” appare un pessimo viatico.

In secondo luogo credo che occorra raccogliere il maggior numero di voti a favore di una forza politica inequivocabilmente contraria all’imminente referendum sulla legge elettorale e alla logica politica che ha portato il Pd a sostenerlo. Se passasse, il referendum consoliderebbe un ferreo sistema politico bipolare basato sull’asse Pdl-Pd escludendo dalla rappresentanza istituzionale un ampio arco di forze politiche virtualmente in grado di raccogliere addirittura il 15 o il 20% del voto popolare. Molto più grave della legge truffa del ’53, questo meccanismo sembra concepito apposta per rafforzare il centrodestra e garantire al Pd uno ruolo esclusivo di opposizione “riconosciuta”, moderata, persino dialettica ed occasionalmente coinvolgibile su alcuni provvedimenti della maggioranza.

Ma la brutale stortura del sistema che uscirebbe dal sì al referendum appoggiato dal Pd è che  escluderebbe dalla rappresentanza parlamentare quelle forze politiche minoritarie che costituiscono un vitale elemento della democrazia italiana: oltre alla sinistra comunista e agli ambientalisti penso ad alcuni movimenti locali o regionali la cui rilevanza sta nella particolare storia del paese, nell’Italia dei cento campanili e delle tante culture che non trovano spazio nelle “grandi chiese” della politica: non lo trovavano nel Pci e nella Dc dei decenni scorsi, non lo trovano nel Pd e nel Pdl di oggi; verrebbero meno forze d’opinione, minoritarie ma che, come si dice, sono il sale della democrazia. Votare sì al referendum appoggiato dal Pd equivale a sferrare un brutale colpo d’ascia su alcuni rami delle culture nazionali e quindi del sistema politico italiano.
Né, con questi rapporti di forza, appare sensato affermare che il sì al referendum sarebbe il grimaldello per superare il “porcellum”. Berlusconi e la sua compagine sognano una repubblica presidenziale plebiscitaria: se la vittoria referendaria gliela consegna su un piatto d’argento, il mantenimento dello status quo chiude ogni ipotesi di revisione condivisa delle norme attualmente vigenti. Insomma un pasticcio del quale il Pd “a vocazione maggioritaria” porta la massima responsabilità.

La terza ragione sta nel fatto che voglio che il mio voto sia “utile” a ricostruire le ragioni del dialogo nel centrosinistra: brutale a dirsi ma, di fronte all’autismo del Pd e ai rancori non sopiti di alcuni fondatori di Sinistra e libertà nei confronti del loro ex partito, l’unica vera spinta al dialogo viene da un consistente voto a favore della lista comunista.

In questa prospettiva è ovvio che il raggiungimento del quorum costituisce un obiettivo vitale: tuttavia, in questa occasione e in questo senso, il voto al Prc e ai suoi alleati ha comunque una utilità politica: vuole dire che c’è un pezzo della società italiana che non si rassegna a Berlusconi e che crede che il centrosinistra, più che cercare il suo posto al sole nel regno dell’uomo di Arcore, debba pensare a fare opposizione. Vera, intelligente e radicale, come - senza psicodrammi sulla propria identità di “forza di governo” - è accaduto ed accadrà a tanti partiti della sinistra europea. Per ragioni culturali e professionali so bene che la politica è calcolo e strategia: ma guardando a molti giovani che osservano perplessi e distanti questa politica dei numeri, dovremmo ricordarci che la politica, quella grande e buona, è intessuta di valori e visioni. E se riusciremo a testimoniarlo credibilmente renderemo un buon servizio non solo alla politica ma anche alla società.

*giornalista, docente scienza politica

da "Liberazione" del 5 giugno 2009


 

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